Elena Dak

La donna che cammina con i nomadi

 

 

Guida di viaggi, esploratrice di luoghi remoti, ricercatrice esperta in antropologia e scrittrice, Elena Dak ha capito, durante una spedizione in Niger, cosa avrebbe fatto, da quel momento in poi, nella sua vita: seguire le orme dei popoli nomadi, mettersi in cammino con loro, guardare gli stessi orizzonti per potere comprendere e poi raccontare le vite di quelle comunità che abitano nicchie ecologiche particolarmente svantaggiate e che, per sopravvivere, devono spostarsi.

 

Elena, ci racconti in cosa consiste il tuo lavoro?

Faccio la guida e sono esperta in antropologia, accompagno turisti in viaggio. Le mete che amo sono prevalentemente in zone remote, spesso inospitali: dalle sabbie del Sahara orientale del Ciad alle acque del delta dell’Okavango in Botswana, dalle oasi del sud del Marocco alle steppe dell’Asia Centrale, all’Iran…Ma il mio compito non è soltanto di tipo organizzativo, l’esperienza e gli studi che ho fatto mi portano a
dare, a chi viene con me, una chiave di lettura che lo aiuti a capire, almeno in parte, la realtà che sta attraversando.

La tua vita è cambiata durante una spedizione in Niger. Cosa è successo?

Bisogna sapere che il Niger è uno dei pochi paesi del Nord Africa in cui sopravvivono schegge di nomadismo. Tra queste i Tuareg, pastori che abitano il deserto e vivono allevando dromedari e capre, inseguendo piogge e prati, secondo ritmi antichissimi. All’inizio dell’autunno alcune carovane attraversano il grande deserto del Ténéré per raggiungere saline e palmeti dove fanno scorta di datteri e sale. E’ successo che stavo guidando una spedizione in jeep attraverso il deserto del Ténéré e il nostro percorso ha incrociato quello di una carovana del sale.

Ed è stata una rivelazione.

Sì proprio una Epifania, quasi un’apparizione sacra. Dovete immaginare il Ténéré come uno spazio vuoto sterminato e di feroce bellezza, e, sebbene sia strano, dovete credere che nel vuoto del deserto le cose si vedono all’ultimo momento, come se l’occhio, abituato a navigare in tanta immensità e meraviglia, rimanesse sorpreso all’apparire di forme definite. Prima si sente il suono, come un brontolare sommesso, e poi finalmente l’occhio vede: centinaia e centinaia di dromedari guidati da poche decine di uomini che avanzano avvolti da un brusìo e dallo scalpiccio degli zoccoli e dei passi che sollevano la sabbia. La magia di quel paesaggio è così soverchiante che lascia senza parole, ma io ho sentito fortissimo dentro di me il desiderio di essere parte di quel villaggio in movimento, di mettermi in cammino con quella gente. E ho sognato di essere una nota in quel brusìo.

La maggior parte delle persone ha desideri e sogni anche grandi ma poi sono in pochi quelli capaci di seguirli.

Io penso che la vita è fatta di occasioni, e quando passa la tua o la prendi subito o la perdi per sempre.

E quando hai incrociato la tua occasione?

Sempre durante una traversata del deserto: una sera, nell’ora in cui si raccontano storie davanti al fuoco, il giovane autista che era con me alla guida del gruppo ha detto: “Io sono figlio di un capo carovana”. Gli ho chiesto di intercedere per me, di chiedere a suo padre di accogliermi. E’ iniziata così la mia avventura con i Tuareg.

1200 km per lo più a piedi, 40/50 km di media al giorno nella sabbia, come ti sei preparata per compiere una impresa del genere?

Innanzitutto il mio obiettivo non era compiere un’impresa, non volevo fare nessun record: io volevo vivere un’esperienza, ero spinta dal desiderio di
conoscenza e non volevo che la fatica del cammino mi sopraffacesse al punto da impedirmi di capire che stavo facendo qualcosa di straordinario. Così mi sono licenziata, mi sono rivolta a un allenatore, e per nove mesi, invece che andare in ufficio, non ho fatto altro che correre, nuotare e andare in bicicletta seguendo la durissima tabella di allenamento di quelli che fanno gare di triathlon.

Come hanno reagito i tuoi parenti alla notizia che saresti partita per andare ad unirti a una carovana del sale?

Con grande sconcerto. Un giorno, poco prima che partissi, mio padre ha chiesto a mia madre: “Ma tu hai capito cosa va a fare?” La verità è che non lo avevo capito neppure io. Del resto chi poteva raccontarmelo? Avevo letto racconti di viaggio, sapevo tecnicamente dove e come, mi ero preparata con cura, mi ero allenata con costanza e rigore, ma
non avevo idea di cosa mi aspettasse. Alla fine posso dire che più ti sfuggono i particolari, meno ti occupi dei dettagli, più ricca sarà l’esperienza. Ci sono viaggi rispetto ai quali meno sai e più speranza hai di andare lontano.

Unica donna bianca, straniera, cristiana insieme a 30 uomini e 300 dromedari. Come è stato il viaggio da questo punto di vista?

E’ vero che gli spazi del deserto, gli spazi nomadi, sono prettamente maschili, non perché le donne siano marginalizzate, ma perché le donne, che all’interno della cultura Tuareg sono tenute in altissima considerazione, si occupano di altro. Però il fatto che il capo carovana avesse scelto di accogliermi, ha fatto sì che io fossi assimilata a una sua fi glia e quindi degna della massima considerazione e rispetto. I Tuareg hanno un approccio moltoaperto nei confronti dell’altro, sono l’esempio piùalto dell’Islam tollerante – salvo purtroppo derive
estremiste in Mali. Nei miei confronti sono tutti stati molto disponibili, di più, mi hanno insegnato una forma di tenerezza: spiavano le mie mosse da sotto i turbanti e si prendevano cura di me, sempre rispettosi della mia diversità come una delle tante possibili variabili dell’essere umano.

Oltre alla scoperta della tenerezza, quali altri insegnamenti ti sei portata a casa?

Così tanti che non posso elencarli tutto e, forse, alcuni non li ho ancora compresi pienamente: ho imparato il silenzio, quello del giorno e quello della notte, e la capacità di reggerlo senza provare turbamento; la dimensione del vuoto dentro alla cui bellezza superlativa, ma essenziale, il superfl uo non ha spazio. Ho imparato la ricchezza delle relazioni, e il tempo che ci vuole per costruirle. Ho imparato a vivere in movimento: dal mattino fi no a notte si marcia e tutto viene fatto in cammino, il mangiare, il rito del te, così che anche i pensieri fl uttuano e si accordano al ritmo della marcia. Ho imparato la leggerezza: essere nomadi vuol dire possedere poco, il minimo indispensabile da caricare ogni giorno
sugli animali. Ma quanta bellezza in ogni loro oggetto anche il più piccolo!

Dopo i Tuareg hai camminato con i Wodaabe, gli allevatori di Zebù nel Sahel in Ciad, un percorso forse ancora più impegnativo della traversata del Ténéré, e poi con i Rabari, i nomadi del Gujarat in India. La tua è ricerca dell’autentico?

L’autentico non esiste, tutte le culture si trasformano in un continuo divenire. Quello che è diverso oggi è la rapidità con cui avvengono i cambiamenti. Mentre prima più generazioni successive si trovavano a fare le stesse vite, oggi nessun fi glio farà la stessa vita dei suoi padri. Le popolazioni nomadi, comunità minime inserite in tessuti sociali e politici che vorrebbero sedentarizzarle, sono ora sul ciglio delicato e fragilissimo del cambiamento. Io voglio vivere nello scarto di questo cambiamento. Il perché più profondo non lo so, del resto non tutte
le domande devono avere risposte.

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