L’intervista: Eleonora Marangoni

Parigi, la mia casa nel mondo.

 

Per Eleonora Marangoni, scrittrice e consulente di comunicazione, il legame con la Francia è un legame con se stessa, prima ancora che con il resto del mondo: in quella terra si sente a casa.
E’ nata a Roma 34 anni fa ma è a Parigi che ha vissuto gli anni essenziali della sua formazione, è in francese che ha pubblicato i suoi primi libri – due saggi su À la recherche du temps perdu di Marcel Proust e un romanzo illustrato – ed è in Francia che è diventata la donna che è oggi.

Quando è stata la tua prima volta a Parigi?

Avevo vent’anni. Dovevo passarci sei mesi, il tempo dell’Erasmus, ma a un certo punto ho deciso di prolungare il soggiorno per portare avanti delle ricerche su Marcel Proust che avevo iniziato… e non sono sicura di aver finito.

Da quelle tue ricerche proustiane sono scaturiti diversi libri e articoli, com’è che così giovane sei diventata un’appassionata di Proust?

Io dico che proustiani non si diventa, ma ci si scopre, e sono convinta che nessuno possa uscire da quella lettura indenne e neppure identico a quando l’ha iniziata.

E tu, come hai scoperto Alla ricerca del tempo perduto?

Per caso, sugli scaffali di casa mia, a Roma. Mia mamma aveva comprato la Recherche quando aveva vent’anni, l’aveva iniziata e abbandonata dopo poche pagine. Negli anni abbiamo traslocato i sette volumi dell’opera di Proust di casa in casa, erano sempre lì, identici, sugli scaffali alti della libreria. Un giorno ho tirato giù il primo, edizione Einaudi, traduzione di Natalia Ginzburg…

Ed è stato amore a prima vista.

Non avevo nemmeno finito il secondo volume che ho deciso di fare la tesi di laurea sulla Recherche; sapevo che mi avrebbe cambiato la vita, anzi me l’aveva già cambiata. Non c’era nessuna possibilità che si trattasse di un abbaglio: era su quel libro che dovevo lavorare.

Per chi non ha letto Proust, cosa è Alla ricerca del tempo perduto?

E’ la storia di una vocazione: quella di un uomo che ha intravisto il cuore delle cose e dedica la sua vita a cercare il modo (e la forza, e il coraggio) di raccontarlo. Anche quando si innamora o viaggia, anche quando la vita, mondana, familiare o amorosa che sia, sembra distrarlo e portarlo da tutta un’altra parte, il protagonista sa che il suo compito è un altro, che è venuto al mondo per un’altra ragione. All’inizio del romanzo c’è una frase molto bella che uno dei personaggi rivolge al protagonista quando è ancora un ragazzo: «Cercate di serbarvi sempre un lembo di cielo sulla vostra vita, bambino. Avete una bella anima, d’una qualità preziosa, una natura d’artista, fate che non manchi di ciò che le è necessario».

Lavori come copywriter e consulente di comunicazione, scrivi di design e costume, ti occupi di branding e visual identity: spesso progetti che con Proust hanno poco a che vedere.

La gente non capisce come una che scrive libri sulla Recherche possa poi guadagnarsi da vivere inventandosi nomi di rossetto, o cosa c’entri un’appassionata di testi antichi con Google e le start up. Ho studiato comunicazione internazionale a Roma, poi letteratura comparata a Parigi, e graphic design alla NYU di New York: il mio lavoro è un mix di queste cose, e i progetti dei quali mi occupo intrecciano la letteratura alla grafica, e l’immagine alla parola. Noi trentenni ci siamo inventati molti dei lavori che facciamo oggi senza modelli concreti cui ispirarci davvero e spesso con l’impressione di percorrere cammini che non ci appartenevano. Ma ce l’abbiamo fatta, alla fine. Oggi sono felice di metterci qualche minuto per spiegare, a chi me lo chiede, che lavoro faccio, e penso che questo genere di «anomalia» possa essere un punto di forza.

Torniamo a Parigi, quali sono i tuoi posti del cuore?

Tutti nella rive droite: ho abitato per anni in Rue Montmartre, a due passi dal mercato delle Halles; il mio editore è in Rue de Richelieu, di fronte al Palais Royal; la mia piazzetta è Montholon nel IX arrondissement; la mia panchina preferita sta alle Tuileries; la libreria è la Galignani di Rue de Rivoli; il ristorante per qualcosa da festeggiare è Chez Georges, in Rue du Mail; la brasserie favorita è le Wepler in Place de Clichy; il teatro Bouffes du Nord, Boulevard de la Chapelle; il cinema il Louxor, a Barbès Rochechouart…

Avrai frequentato anche le biblioteche.

Non credo ci sia una biblioteca di Parigi in cui non sono stata, ma quella dove ho vissuto per anni è all’ultimo piano del Beaubourg, la più fornita, puzzolente e varia della città. È un luogo strano, non posso dire che sia bello, i parigini amano molto il museo, le centre Pompidou, ma della biblioteca vedono solo i lati negativi: le file per entrare, i furtarelli, il cibo pessimo della caféterie. Ma per me è un luogo unico. È aperta a tutti, tutti i giorni, senza bisogno di tessere. E trovandosi nel cuore della città, lì dentro ci finisce chiunque: dallo studente che prepara i partiels (gli esami di metà semestre) al pensionato annoiato, dallo studioso di sanscrito al barbone che cerca lavoro (c’è uno sportello per l’emploi) o semplicemente vuole leggersi il giornale o dormire un po’. Ai tempi della tesi ci andavo così spesso che nascondevo i biscotti nello scaffale Proust, terzo piano, in fondo a destra, per ritrovarli lì il giorno dopo. E ancora oggi riconosco qualcuno degli habitués che la frequentano e che ormai fanno parte dell’arredo quanto tubi colorati.

Cosa ti piace, soprattutto, di Parigi?

Tutto, perfino i clichés. Parigi è una metropoli piena di contraddizioni, e con ferite recenti che la stanno obbligando a fare i conti con se stessa. Ma resta fiera e magnifica, sempre, e i parigini, anche se spesso danno l’impressione di sedersi sugli allori, alla fine rimangono, in ogni campo, tra i più raffinati interpreti del presente.

Il tuo nuovo romanzo, Lux, ha vinto il premio Neri Pozza opera prima, che storia racconta?

È il primo romanzo che ho scritto in italiano, ma anche qui c’entra la Francia: le prime dieci righe le ho scritte di getto un mattino di tanti anni fa, in un paesino della Normandia, e ancora oggi non sono cambiate. Il romanzo è ambientato su un’isola del sud e il protagonista è un ragazzo italo-inglese. Vi ho voluto raccontare quello che io chiamo il «privilegio del forestiero»: la facilità con cui ci si ritrova a vedersi da fuori e magari a mettersi in discussione quando si è lontani da casa.

E’ necessario partire per conoscere se stessi?

A volte l’uscita dalla quotidianità è indispensabile per capire meglio dove stiamo andando, cosa vogliamo, e innocenti soggiorni in luoghi nuovi, che non ci appartengono, spalancano orizzonti (o baratri), curano ferite o le riaprono improvvisamente. Le isole poi, sono luoghi in cui tutto tende a emergere, a portarsi in superficie, in cui desideri e istinti sono incoraggiati a venire a galla, e anche chi non vorrebbe si ritrova a fare i conti con se stesso. E a guardare le cose in un’altra luce, appunto.

A cosa stai lavorando adesso?

Sto facendo ricerca per i miei prossimi libri. La fase iniziale che precede la scrittura è una delle più belle, almeno per me. Si mettono insieme cose diversissime, spunti, persone, libri luoghi e oggetti, si cerca la voce e si prendono le misure di quel che sarà. Raramente poi il risultato assomiglia in tutto e per tutto all’idea di partenza, anzi. Ma con un po’ di coraggio, tanta pazienza e un lembo d’azzurro sopra la testa non c’è molto di cui aver paura

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